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CRITICA TEORICI
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...OLTRE AL GRADO ZERO...
Manca ancora una spiegazione soddisfacente del fatto che gli uomini, per quel che ne sappiamo ora, da quando hanno inventato la scrittura -e forse fin da quando hanno inventato lo stesso linguaggio- hanno sentito quasi subito l'esigenza di utilizzarla oltre alla "semplice" soglia del grado zero della comunicazione, grado zero legato al pratico e al quotidiano.
Del resto è un fatto che scrivere poesia oggi non fornisca certamente all'autore il minimo necessario per la propria sussistenza (lo ha mai fatto?); però attualmente, a seguire le statistiche, si continua ancora a scrive poesia, soprattutto in Italia; se poi la si legga o meno diventa un problema non di questa sede. Rimanendo sempre entro una filosofia fondata sulla teoria dei bisogni, abbiamo quindi solo una certezza a riguardo: lo scrivere poesia risponde a delle esigenze difficilmente inquadrabili entro schemi che si rifacciano strettamente ed esclusivamente ad una idea di uomo visto sic et simpliciter come animale economico, sia da una prospettiva marxista che da una prospettiva liberale.
Stefano Wulf tratto da "ANTI-INTRODUZIONE o brevissimo decalogo-saggio deproprioperanelanteaddignitàrtistica" nella raccolta di poesie "VENTO, SCHEGGE e BULLONI -viaggiavo tra-".
PERDENDOSI NEI MEANDRI DI UN SIGNIFICANTE: A-R-T-I-S-T-A?
IL PRODUTTORE ESTETICO: tra le due concezioni estreme, quella romantica e quella della "morte dell'autore", una ipotesi più realistica per giungere a una definizione generale almeno in parte soddisfacente. Un discorso complesso che rifugge da ogni approccio monocausale, sia materialista che spiritualista.
Tralasciando volontariamente ogni questione su ciò che si intende per arte e ponendo come base di discussione quella che per ognuno di voi lettori è la massima estensione di significato per tale termine, vado a porre il fulcro del mio intervento: QUALE DISCRIMINANTE C'E' TRA UNA PERSONA CHE DEFINIAMO ARTISTA E UNA NON DEFINITA TALE?
Eliminiamo a priori tutta la folta schiera degli artisti per autodefinizione, in genere individui accompagnati da una forte carenza di capacità autocritiche. Passiamo poi a escludere come categorie interpretative tutte quelle che si basano sul gusto personale o sull'istinto. Portiamo un esempio per giustificare questa esclusione e per porre la questione centrale facendone emergere tutto il vasto ventaglio delle implicazioni.
L' esempio: le opere di Picasso non piacciono a Caio, quindi non posso dirle opere d'arte, quindi Picasso non è un artista. Questo ragionamento evidentemente non può portarci alla soluzione e non può essere accettato, a meno che Caio e Picasso non fossero gli unici componenti di una società. Paradossalmente, però, questo ragionare per assurdo ci avvicina ad uno degli snodi che saremo costretti a toccare per trovare una risposta: il fattore "successo-moda" entro una società di massa e il rapporto tra prodotto che si propone come arte e la lettura di questo come tale da parte dei fruitori. Rapporto in cui essenziale, ma non sufficiente, risulta l' analisi quantitativa (quante persone in una società X considerano il prodotto Y artistico e il suo produttore Z un artista).
Tiriamo le fila di quella che fino ad ora è stata solo una operazione atta a evidenziare sommariamente i sottoproblemi che compongono il quesito principale ed esplichiamone i risultati:
1)L' artista deve essere artefice di "qualcosa".
2)Questo "qualcosa" al giorno d'oggi può essere sia oggetto sia situazione, comunque deve essere un pensiero/emozione in qualche modo reificato.
3)Questo "qualcosa" viene presentato ad un sistema sociale (sia esso micro o macro) come "prodotto artistico".
4)Questa presentazione sotto specie artistica può avvenire da parte di svariati attori sociali e a prescindere dalla volontà effettiva dell' autore.
Dinamicizziamo la situazione che si compone dei quattro punti precedenti, assumendoli per ora come "aspetti veritieri". Partiamo quindi dal risultato della serie: presentazione sotto specie artistica di "qualcosa". Se il prodotto presentato quale "artistico" trova come tale un riscontro entro il sistema sociale in cui si è tentata l'operazione, allora il suo autore verrà definito "artista".
Innegabile che sia la fase del riscontro sull' oggetto-opera sia la fase del riconoscimento/definizione del soggetto-operatore come kunstler (e badate bene che qui l'utilizzo di un termine con una radice diversa da quella di arte ha una forte valenza) possono avere luogo anche in una situazione di assenza del soggetto-operatore, l'autore.
Infatti non pochi sono gli artisti riconosciuti tali come importanti o maestri grazie ad un processo sociale posteriore alla loro morte; quindi in una situazione in cui non è giocabile la carta dei processi psicologici collettivi che generano la mitizzazione dell' autore vivente; in altri termini il culto della personalità. Vediamo di affrontare il discorso focalizzandoci sull' operatore definito "artista", sulle caratteristiche che lo fanno tale come attore sociale .
E per far questo ci avvaliamo di una rappresentazione geometrica: un segmento i cui estremi risultano:A) CONCEZIONE ROMANTICA della figura dell' artista. Le caratteristiche associate al termine: peculiarità, aura mistica, dono naturale, capacità visionarie ed extrarazionali, diversità psicologica o sessuale, eccesso, spiritualità, disordine, svogliatezza, genialità, unicità. In pratica si può parlare di mito dell' artista, di culto della personalità.
B) CONCEZIONE detta della "MORTE DELL' AUTORE". La figura dell'"artista" è coinvolta pariteticamente a quella dei riceventi nella creazione dell' opera d'arte. In pratica l'opera è in continuo divenire perché sottoposta a continue interpretazioni e diviene parte di infinite interazioni. Dunque non esiste più il singolo autore di una opera finita, bensì infiniti fruitori-autori.(1).
Nel momento in cui noi ci spostiamo, partendo dal punto mediano M del segmento, verso A, nella nostra teoria estetica aumenta l'importanza dell' atto unico creativo e di colui che l'ha compiuto (fin all'estremo, anzi, in cui assume più importanza l'uomo-mito vivente che i suoi lavori), se invece ci avviciniamo di più a B viene dato più peso al momento della ricezione e della interpretazione operata dai fruitori del prodotto artistico.(2).
...M
A _________________|________________B
Ovviamente questo schema lineare rappresenta solo la gamma delle varianti di pensiero su un singolo aspetto relativo alla produzione artistica; in altre parole se allarghiamo il campo dall' autore a tutto il sistema che ruota attorno alla produzione artistica dobbiamo uscire dallo spazio rettilineo della mono coordinata e svilupparci su due o tre dimensioni. Dunque inevitabile rendersi conto che si lavora nell'ambito della complessità. Ulteriore considerazione importante: con la morte effettiva, biologica, dell' autore - non quella filosofica sulla linea di Barthes e compagni - il mito vivente cessa di essere tale e abbiamo due soluzioni nello sviluppo del riconoscimento artistico sulla sua opera/storia/esistenza; sempre che questo riconoscimento permanga, o meglio permangano attori e fattori sociali che lo rinnovino con costanza. Interessante qui segnalare un campo di studi su questa linea: occuparsi della funzione assolta da musei e gallerie, oltre che da discepoli, soprattutto ove l'autore si sia dedicato anche ad attività didattiche a livello accademico-universitario, per quel che concerne appunto la permanenza del riconoscimento artistico.
Due soluzioni, dicevamo, che sono:A)slittamento della significanza mitica dall'uomo agli oggetti prodotti-usati-acquistati da lui senza alcun criterio discriminante. A questo livello non c'è più alcuna differenza tra un quadro o una parrucca o le mutande di, a caso, Andy Warhol. Ormai siamo in dinamiche puramente rientranti nella psicologia collettiva legata al culto della personalità; penso che si sia inoltre smarrito il senso del micro o macro sistema sociale che aveva fatto di Warhol un "artista".
B)annullamento della significanza mitica dell'uomo con una rivalutazione dell'analisi/critica operata sugli oggetti da lui prodotti alla luce del raggiungimento dell' obiettivo che egli si prefiggeva di centrare con essi all' interno del sistema sociale/economico/filosofico con fulcro sull' arte.
Una risposta realistica al quesito che ci siamo sopra posti si va a collocare nei pressi del punto mediano M; cioè, oltre alle varie particolarità di diverse analisi e riflessioni, la linea comune per un lavoro dalle conclusioni verosimili risulta caratterizzata dal dare giusto peso sia al momento creativo (autore) che al momento ricettivo (fruitori), leggendoli nell' intreccio che si genera fra essi quando esiste opera d'arte, cioè un dato tipo di socializzazione tramite un particolare medium caratterizzato da surplus di significati entro uno o più sistemi sociali.
Dunque il termine di questo intervento mi ha costretto a fare ciò che non volevo: dare la mia personale definizione di arte.CONCLUSIONI LIMITATE:
1) Seppur affascinanti non possiamo aderire a nessuna delle due soluzioni: morte filosofica o mitizzazione dell' autore/artista; in quanto non realistiche alla luce di molti dati e di molte riflessioni sociologiche.
2) Comunque vi è sempre produzione di qualcosa come oggetto/situazione; questa è la vera "conditio sine qua non" di ogni processo sociale che avvenga nel settore delle arti. Tornare all'opera.
3) L'anarchia dei codici, la pirateria artistica, la disonestà del mercato ci avvolgono tremendi; Per ora l'unica via onesta per la ricerca e la promozione risulta operare tenendo come proprie coordinate l'attenzione sui lavori effettivamente realizzati e il tasso di discrepanza fra questi e gli intenti dichiarati e razionalizzati (verbalizzati) da parte dell' autore/artista.
LA RISPOSTA PARZIALE. La differenza tra una persona definita "artista" e una definita non tale va ricercata nell'intrecciarsi di tre fattori per ogni aspetto/attore concomitante nel processo di socializzazione che permea l'arte, o meglio che ne è l'essenza intima.
Autore: consapevolezza, tecnica, costanza.
Opera : esistenza materiale, intreccio forma/contenuto nella loro scindibilità, discrepanza rispetto obiettivi autore.
Fruitori: specializzazione, bisogni, area culturale di provenienza.
Promotore (il critico o il mercante): preparazione, onestà intellettuale, realismo.
Ovviamente alcune parti di questo scritto, per mancanza di spazio e per la non idoneità della sede per maggiori sviluppi, possono apparire delle pure e semplici opinioni e come tali discutibili. Vi prego di accettare le lacune e le insufficienze dialettiche alla luce di una mia testimonianza:ho letto e ho visto, sto leggendo e vedendo in questi ultimi tempi, molti lavori di vari autori/"artisti" che operano sia nel campo della letteratura che delle arti visive ; muovendomi secondo le coordinate sopra indicate riesco almeno ad orientarmi e a giudicare senza basarmi solo su fattori istintivi o di gusto personale. Ed è già un primo passo di democrazia fissare dei criteri condivisibili e non operare come fanno certuni su basi irrazionali, umorali e inconsistenti; in altre parole poco serie e/o autoritarie.
Stefano Bulfone detto Wulf, Politikunstveruberen.
NOTE all'articolo.
(1) Si veda R.Barthes, The Death of the Autor., 1968, in IMAGE-MUSIC-TEXT, Glasgow, Fontana-Collins.
(2) Penso risulti interessante segnalare il fatto che ho spesso incontrato produttori estetici, non di rado artisti per auto definizione, che senza alcuna remora intellettuale associano impunemente aspetti e concetti legati esclusivamente a una delle due idee-estremi A e B. Approcci che si trovano su piani in netta antitesi. Una delle accoppiate più comuni è così composta: X) L' opera d'arte che cambia di continuo perché soggetta all'azione interpretativa di diversi fruitori. Estremo B: morte dell' autore. Y) Visione mitica dell' autore come persona dedita ad eccessi, bizzarra, psicologicamente sul limite della nevrosi o della depressione, per questo diversa, peculiare. Estremo A: visione romantica. Tutto ciò si può spiegare a mio parere in più modi che si accompagnano a diverso giudizio: - ignoranza (situazione di valore neutro) - superficialità (grave difetto di approccio) - disonestà intellettuale. (malafede)
OLTRE LA CRISI Un modo: fermare il gioco per alcuni gruppi sociali e farli lavorare insieme per cercare nuovi "che cosa". Nuovi "che cosa" da distruggere in meno di un secolo per una fase che sia la LA NUOVA CRISI
L'ultimo decennio del XX secolo, dal 1989 al 1999, sarà ricordato come uno dei periodi più carichi di turbolenze e cambiamenti a livello mondiale e come la fine di un secolo che ha portato in eredità grosse contraddizioni insolute ma anche incredibili progressi. Milioni di persone si sono ritrovate repentinamente in un vortice di incertezze d'ogni sorta con il crollo dei regimi comunisti dell' Est.
Come conseguenza la crisi dell'ideologia marxista, smentita nella sua versione ortodossa in più enunciati, un lampo dalla grande forza e dall'enorme impatto sulla storia e che si è spento implodendo e fallendo proprio in quello che doveva essere, a sentir molti, il suo frutto migliore e la sua colonna portante per il futuro, il mondo euro-asiatico dell'U.R.S.S.; come conseguenze più serie soprusi, violenze e guerre che hanno visto l' Occidente, definitosi a lungo difensore del diritto e della libertà, incespicare nella sua azione come un lattante di pochi mesi. Nel cuore dell' Europa ottanta milioni di Tedeschi convivono sotto lo stesso tetto costituzionale la cui architrave rimane ancor oggi il diritto di sangue ( di razza? ). L' integralismo islamico miete vittime e fa da coperchio per un mondo vastissimo che non ha ancora scelto tra il passato e il moderno; nel suo seno la prima guerra telematica, quella tra alleati e Irak, uno spot televisivo per un occidente assuefatto di fronte al sangue, sangue di cui ci si domandava solo se fosse salsa di pomodoro o polistirolo fuso; morti? Impossibile con le bombe intelligenti!
Ma esistono bombe intelligenti?
In Brasile si ammazzano i bambini per strada, sono visti come una piaga pari alle cavallette, ma questo non impedisce alle gerarchie ecclesiastiche cattoliche di continuare la loro crociata nella sfera sessuale contro la contraccezione. Ex-Jugoslavia: alle soglie del duemila rispuntano le guerre feudali con signorotti industrial-militari che sguazzano tra le parti in lotta. Nelle democrazie occidentali vengono allevate generazioni a suon di programmi televisivi demenziali e sulla linea di un consumismo sfegatato e sfrenato, alla faccia di ogni bel discorso sulla emergenza risorse energetiche e biologiche. Patetiche religioni e ridicoli sbandieratori di patria e famiglia si oppongono a parole al materialismo vittorioso e splendente in cui essi sguazzano ipocritamente. Ogni tanto qualche fossile anarchico offre alla stampa il suo martirio nella lotta "contro", usando comunque nella vita di tutti i giorni i prodotti e i servizi offerti dal sistema. L' ideologia liberale trionfa, o meglio sembra trionfare, portando con sè le tradizionali contraddizioni condite dai nuovi problemi legati alla nascente civiltà postindustriale.
Chi vi dice che non ci sono più ideologie mente!
Alcune sono fallite, certe resistono, altre risollevano la cresta. Quali le conseguenze della nuova ondata di destra nazionalista e antiliberale?
LA CRISI. Aggiungeteci quello che vi pare e mescolate con forza, il risultato sarà sempre lo stesso: noi (umanità tutta) stiamo vivendo una crisi di trasformazione-ristrutturazione anomala e radicale (un piccolo esempio:crescita economica accompagnata a calo dell' occupazione). Una crisi legata a un processo di riduzione e distruzione culturale e politica - qualcuno parla del nulla che avanza come interlocutore inevitabile, ma è solo una falsa soluzione - che non ci offre alcuna alternativa a questa esistenza, questo stile di vita consumistico-tecnologico dai frutti in realtà troppo costosi in termini di semplice sopravvivenza, sia per chi si trova dalla parte ricca sia, e a maggior ragione, per chi si trova dalla parte maggioritaria povera dell' umanità, oltre che per i sistemi eco-biologici del pianeta stesso. Le soluzioni di politicanti irresponsabili legate a bacchette magiche e a promesse del tipo:" tutto e il contrario di tutto subito" fregano lo sprovveduto di turno che comunque alla prossima occasione non lo sarà più e si ritroverà anch' esso nel mare sempre più "magnum" della crisi e della mancanza di approdi realmente sicuri.
RICERCA ALTERNATIVA. Qui non rimane che ripartire da un paradosso: consapevoli del fatto che ogni utopia nega se stessa teoricamente nell' immediato e praticamente in un corso storico più o meno lungo, bisogna crearne di nuove che sostituiscano quelle obsolete o quelle che comunque non risultano più funzionali ai bisogni della maggior parte degli individui. Bisogna costruire le alternative e per farlo occorrono nuovi strumenti intellettuali.
NUOVE UTOPIE. Nuove utopie che divengano i motori e i timoni "tecnologicamente" più evoluti per il rinnovamento-cambiamento, oggi in corso incontrollato e in equilibrio instabile, non con la loro attuazione, impossibile, bensì tramite le forze e le risorse che riuscirebbero a mobilitare. Mobilitazione creata in un confronto dialettico che verrebbe a svolgersi su un piano che per alcuni aspetti assomiglierebbe molto alla passata "guerra fredda", certamente epurata da alcuni fattori e che si prefigurerebbe più come una guerra fredda civile entro delle società fortemente atomizzate in poteri culturali, economici e politici ognuno troppo forte per essere inglobato o eliminato e contemporaneamente troppo debole per inglobare o eliminare. ( Mi sembra già di sentire i commenti: pazzo militarista! guerra fredda! ; commenti di persone a cui non sono riuscito a comunicare probabilmente ciò che sottende a questo ragionamento.). In realtà sono in accordo con chi dice che il conflitto sia ineliminabile e che in ogni società cambi nel corso degli anni i suoi contenuti ma non la sua essenza: scontri di interessi divergenti. Dunque, se questa premessa risulta corretta, il conflitto non può avere nè vincitori definitivi nè essere sedato per sempre; tanto meglio incanalarlo in forme non radicali e non distruttive, in altre parole su più piani -passatemi per chiarezza comunicativa e con un significato "deviato" strutturali e sovrastrutturali- ed entro una rete di rapporti-circoli viziosi di reciproca interdipendenza fisiologica: mors tua mors mia o vita tua vita mea, alla faccia del tradizionale motto. In altre parole urgenti sarebbero la costituzione di rapporti sempre più complessi e indissolubili tra i vari sistemi sociali e la diffusione di massa della consapevolezza che una rete di tal genere ci farebbe convivere ed essere responsabili, volenti o nolenti, sulla e della stessa barca-pianeta.
Il problema dunque è il rinnovamento delle nostre scorte composte dalle utopie e un problema di tal genere si risolve solo avendo il coraggio di sondare nuove vie e di affrontare gli inevitabili e innumerevoli vicoli ciechi dell'errore e del fallimento. Il cercare nuove vie presuppone però un gruppo di lavoro in cui non sussista alcun metodo privilegiato e limitante, alias risulterebbe essenziale l'anarchia del metodo, già trattata e discussa da filosofi contemporanei in relazione alla scienze esatte. Bisognerebbe però partire dalle situazioni che presentano meno resistenze a questa anarchia metodologica. Il mondo più libero da questo punto di vista è quello artistico. Ora siamo arrivati al dunque! Forse è giunto il tempo di mobilitare le fantasie e le intuizioni artistiche verso uno sforzo di ricerca collettiva per trovare una alternativa che poi venga rielaborata scientificamente da filosofi e scienziati: il nuovo carburante "utopico".
NUOVI "CHE COSA". E' tempo di vangare più in profondità il "sentire" umano per estrapolarne non più un nuovo "come" ma un nuovo "che cosa", anzi dei nuovi "che cosa". Ormai risulta assurdo parlare dei modi per raggiungere gli obiettivi correlati ad una alternativa che ci porti come umanità-mondo alla sopravvivenza nel medio-lungo periodo; perché di questo si tratta e dobbiamo esserne consapevoli. Ciò perché questa alternativa (o ancor meglio sarebbe che si potesse parlare di queste ultime) non è ancora stata messa bene a fuoco attraverso la costruzione di nuove utopie che si occupino, da diversi punti di vista, di essa, facendocela apparire così ,con una messa a fuoco dignitosa, punto chiaro e distinto. Questa strada, che potrebbe essere quella giusta o anche solo l'unica, presuppone comunque un fatto molto difficile, ancor più della disponibilatà finanziaria e strutturale, presuppone l'abbandono, almeno per un certo lasso di tempo, della corsa solitaria da parte di artisti di ogni campo ed in seguito anche da parte di filosofi e scienziati.Una sorta di tregua della corsa al successo individuale per segnare almeno le linee maestre di una ricerca collettiva che dovrebbe risultare nella struttura portante limitata a poche opzioni e nei livelli medio-inferiori segnata da uno sviluppo anarchico-libertario. Pensiamoci insieme.
MA... Bisognerebbe, ma incalza troppo forte il pensiero negativo: se non è stato trovato un senso per l'esistenza non ha neanche senso trovare una alternativa di sviluppo che faccia sopravvivere il genere umano. Chi ci dice che non potremmo estinguerci? Chi ci dice che nella storia naturale non sia stato ordinato un periodo di tempo finito per la nostra specie? Chi ci dice che nel nostro DNA non ci sia una scadenza sovraindividuale che riguardi l'intera specie? E quel giorno, l'ultimo, sarebbe uno come tanti senza alcun rimpianto. Non tanto per odio verso tutto ciò che è umano, per misantropia, che anzi il nostro amore in tal senso può superare ogni pessimismo e superare ogni orrore. Bensì perché, ovviamente, non ci sarebbe nessuno a rimpiangere; anzi forse qualcuno a gioire, la nuova specie di esseri intelligenti venuti per darci il cambio.Del resto, al di là di questo corpo che ci fa provare sofferenze e piaceri, per me rimane solo un quesito: che cercare un senso sia semplicemente il più bel gioco, di gioie estreme e di infinite sofferenze, che l'uomo abbia mai inventato?
Stefano Bulfone detto Wulf.
LABORATORIO DI POESIA.
E' tempo di ricreare momenti qualificati di dibattito fortemente caratterizzati da una carica democratica, per assemblare i materiali "ideologici" adatti a colmare i troppi fossati tra pubblico e addetti, tra generazioni diverse. Un incontro semiclandestino; un esempio di incontro non mercificato. Il 26 aprile 1996, dieci persone si sono riunite in una cantina udinese per dare vita ad una serata che è stata intitolata "LABORATORIO di POESIA - forma, tecnica, lingua per creare una realtà o un mezzo?".
La discussione, iniziata verso le dieci meno venti, arricchita da letture dirette dei materiali a disposizione, si è protratta fin oltre la mezzanotte. Molte le questioni poste: definizione dell' oggetto del dibattere, la poesia, natura dello stesso come mezzo di analisi della realtà sia su piani soggettivi che su piani oggettivi, come realtà alternativa; liceità del parlare di poesia rispetto ad una affermazione della esistenza di più percorsi poetici e di più poesie. Il nostro discorso, dunque, pur con difficoltà, procedeva evidenziando molti punti degni di futuri sviluppi e approfondimenti. Tutto ciò finché non è stata pronunciata la parola "forma", fatto che ci ha fiondato tutti, mentalmente, all' altra fatidica parola "contenuto".
CONTENUTO: Nella storia dell'estetica, il termine è stato inteso talora come argomento, materia, soggetto di un' opera d'arte (distinto dalla forma, cioè dal modo in cui tale contenuto viene rappresentato), talaltra come mondo interiore dell' artista, complesso emozionale da cui trae occasione l'opera d'arte. Definizione tratta dal Vocabolario della Lingua Italiana -Treccani-.
A questo punto la nostra vivace discussione è stata monopolizzata dalla pluridecennale diatriba, "arenandosi". Evidentemente tutti i precedenti tentativi di soluzione, da ogni fronte essi siano giunti, non hanno colmato o soddisfatto questo nodo che si ripresenta costante in ogni nuova generazione di appassionati e di studiosi. Inevitabile è stato rispolverare le idee a riguardo di uno dei mostri "sacri" della storia della critica e della letteratura nazionali, B.Croce.
Certamente la composizione fortemente intergenerazionale del gruppo di discussione ha fatto sì che si optasse per quel nome, questo per poter avere un punto in comune per lo sviluppo della ricerca che si stava compiendo.
Infatti o per motivi di studio accademico, o vuoi per comprendere le critiche a lui portate da altri autori, ovvero vuoi per adesione o per avversione più o meno forte al suo impianto critico-filosofico, tutti i presenti ne potevano far punto di riferimento.
Si sono poi formati, secondo copioni ormai usuali, due "schieramenti" sulle classiche posizioni: da una parte gli assertori dell' identità fra forma e contenuto e dall' altra gli assertori della possibile distinzione dei due elementi. Sinceramente avrei preferito, dal punto di vista personale, ampliare il concetto dell' esistenza di più poesie e portare avanti con gli appassionati interlocutori il dibattito avendo come substrato la suddetta considerazione e sviscerando le debite conseguenze. Evidentemente c'era ancora l'esigenza, a livello di gruppo, di riprendere e di riesaminare il nodo forma-contenuto, pur nella generale consapevolezza che sarebbe stato un impasse notevole per i nostri lavori e che il tempo a nostra disposizione per quella serata non ci avrebbe mai permesso di risolvere il tutto. Infatti, dopo due ore piacevoli, stimolanti e impegnative, eravamo ancora tutti presi da una dialettica di dimostrazioni e controdimostrazioni, sorrette a volte da riferimenti accademici, a volte da ragionamenti logici, altre volte da entrambe le cose, senza che si fosse ottenuto in realtà alcun risultato utile a livello dello stretto ambito del dibattere (innegabile il piacere e la soddisfazione di far frizzare un po' i nostri cervelli). Pedante e inutile sarebbe in questa sede riproporre tutti i passaggi, però ad una consapevolezza comune siamo giunti. Il problema era, ed è, strettamente semantico. Possiamo sintetizzare le due posizioni che si formarono, al di là di sfumature e di non sostanziali distinguo, tramite uno specchietto in cui indichiamo nelle diverse schematizzazioni (che come tali hanno dei limiti) rispettivamente il ragionamento:A)Chi sostiene l'identità tra contenuto e forma.
B)Chi sostiene la possibilità di operare una distinzione tra questi elementi.
POSIZIONE A) Dati di base (spazi, tempi, oggetti) ---->Lettura soggettiva dell'autore--->Emozione. Emozione (contenuto) = Espressione (forma) = Poesia.
POSIZIONE B) Dati di base (spazi,tempi,oggetti) = contenuto = ciò che è esprimibile con perifrasi. Lettura soggettiva dell'autore --->Emozione --->Forma, per esprimerla parzialmente. Contenuto + Forma = Poesia compiuta.Tipo di rapporto tra forma e contenuto --->Tasso di potenziale poetico. (qui sta il nodo) Potenziale poetico = la capacità della poesia di generare emozioni nel lettore e nell'ascoltatore.
La posizione che personalmente sorreggo è quella illustrata dallo specchietto B, il secondo quindi. In particolare voglio sottolineare come i due elementi, forma e contenuto, entrino in rapporto tra loro per opera dell'autore ( o del lettore in fase di fruizione). La relazione che viene così creata ci fornisce la poesia (espressione della idea-ideologia-emozione) e la natura di questo rapporto genera un dato potenziale poetico. Abbiamo così che l'espressione della idea-ideologia-emozione (poesia) è prodotta da una interazione artificiale tra un contenuto ed una forma i quali sono elementi distinguibili. Io penso che possa esistere una poesia con scarso potenziale poetico, in altre parole una brutta poesia. Però sempre definibile tale per:
1)L'intento dell' autore.
2)L'utilizzo di mezzi espressivi e tecniche che ricadono entro la famiglia letteraria che possiamo individuare -entro confini variabili e soggetti a continue ridefinizioni- come poesia.
3)La volontà dell'autore di andare oltre al grado zero della comunicazione nel dato tempo e nel dato spazio.
Se mi trovo davanti ad uno scritto che risponde a queste caratteristiche, allora posso parlare di poesia, termine che mi ritrovo ad usare senza alcuna valenza, né positiva né negativa. Segnalo il fatto che a rigore tutto il mio discorso andrebbe riformulato mettendo al posto di "poesia" il suo plurale "poesie". Per sostenere la possibilità della distinzione tra forma e contenuto, cosa che non toglie importanza al loro interagire per ottenere buone poesie, anzi, risulta fondamentale, riporto due argomenti:
I)Operare la perifrasi di una poesia vuol dire esprimere con un codice linguistico e con scelte semantiche alternative più vicini al grado zero della comunicazione di quel dato luogo in quel dato tempo, il contenuto (dati di base selezionati soggettivamente dall' autore) del pezzo.In altri termini vuol dire agire sul rapporto tra contenuto e forma, cosa che ci porta ad assumere come costante il primo e variabile la seconda.
II)Durante il laboratorio del 26 aprile abbiamo letto, tra le altre, anche una poesia di Francesco Versace, psicologo che più volte ha collaborato e partecipato a iniziative del genere, intitolata "KREBB". Per il discorso che voglio portare avanti è necessario riportarla integralmente:
In principio era Krebb e presso Krebb era Dio e Krebb era Dio. Krebb era il principio stesso dell' universo e l'universo, dopo essere stato conquistato da Krebb, era il principio stesso di Krebb. Ma prima era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Poi Krebb vide Dio e Dio colpito dal suo sguardo svanì e da quel momento Krebb da sempre era Dio. Krebb al suo avvento trovò tutte le cose create e in seguito tutte le cose erano state fatte per mezzo di lui e senza di lui neppure una delle cose create è stata fatta. Krebb venne per prendere il posto di Dio e ora Krebb è Dio ed è, immobile al centro dell' Universo.
Sinteticamente qui abbiamo una forma che ricalca stilemi da vecchio Testamento a cui viene associato un contenuto che è la vicenda dell' incontro tra due esseri immersi nell' Universo, Dio e Krebb, e i risultati di questo incontro.
Il connubio tra questo contenuto e questa forma hanno generato diverse interpretazioni corrispondenti a letture operate da soggetti diversi:1) Il pezzo è una parodia dei testi religiosi cristiani nel quale non v'è alcuna differenza tra il significante D-I-O e il significante K-R-E-B-B. Il primo esiste entro il codice linguistico e collettivamente ha un rinvio ad un preciso (forse!) significato, il secondo è l'estensione con raddoppiamento dell' ultima lettera del cognome di uno scienziato non italiano conosciuto dagli studenti di biologia in virtù del Ciclo di Kreb. Dunque il discorso è questo: se sostituisco la parola Dio nei testi sacri con qualsiasi altra successione di lettere, magari mono o bisillabica, mantengo la validità evocativa ed espressiva dello scritto senza generare alcun problema di comprensione.
2)Il pezzo è una critica alla scienza moderna e a parte dei sui rappresentanti (Krebb---Kreb) che pretendono di porsi al posto di Dio e così facendo in realtà raggiungono solo una posizione che, vista la loro impotenza, conduce inevitabilmente ad una staticità entro un universo di cui non possono cogliere l'origine e la natura.
E' giunto il momento così di trarre le nostre conclusioni parziali:
1)Molto più costruttivo condurre un dibattito anche in forma scritta, così tutti i partecipanti possono analizzare con calma le posizioni, sedimentare alcune cose e criticare o contestare meglio.
2)Penso che base di partenza per ogni discussione sulla poesia, ma sulle arti in generale, sia l'assumere come premessa l'affermazione: "Esistono più poesie, non possiamo riferirci ad una singola IDEA-VERITA' , come tale astorica, di poesia".
3)Per quel che riguarda forma e contenuto mi sembra di aver presentato un caso concreto, oltre ogni giudizio in merito, che avvale la tesi della non identità dei due termini e dell' importanza del fattore molteplicità delle letture.
Stefano Bulfone detto Wulf.
Stefano Wulf
ARTICOLI teorici
Diverse pubblicazioni
Italia, 1992 - corrente anno.
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