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UN "ALTRO" COME ME
Nella città in cui vivo, alla periferia sud, esiste ancora un luogo che una volta si chiamava “manicomio”, “ospedale psichiatrico”; anzi, alle origini, per essere precisi, veniva definito “frenocomio”.
Ufficialmente oggi non viene chiamato più così e non vi sono più duemilacinquecento pazienti rinchiusi; ma cosa essenziale è che gli ultimi cento e passa ospiti, poco meno o poco più, del Dipartimento di Salute Mentale -D.S.M.- di Sant' Osvaldo, a ****, non subiscono più molte delle “terapie” che andavano a comporre non troppo tempo addietro la prassi manicomiale standard, come ad esempio il famigerato elettroshock.
La prima volta che entrai nei giardini, molto belli e ricchi di piante secolari, e negli edifici, in parte fatiscenti e inquietanti, di quel D.S.M. fu nel 1997, in occasione di una manifestazione denominata significativamente “Dentro e Fuori”.
Fu soltanto nel 1997.Prima d'allora, per circa ventisei anni, sulla struttura prima manicomiale e poi ex-manicomiale della mia città sapevo esclusivamente due cose: in primo luogo che a **** doveva esistere un posto del genere, visto che capitava , e capita, abbastanza spesso di imbattersi in persone facilmente individuabili come probabilissimi utenti seguiti dai servizi di salute mentale; in secondo luogo sapevo che questo posto era localizzato nel quartiere di Sant' Osvaldo, dato che fra i miei concittadini era, ed è tuttora, in uso dire a chi perde le staffe in modo troppo incontrollato o a chi si comporta in modo eccessivamente bizzarro, queste parole: ”Viôt ch' ‘a ti puartin a Sant Sualt” (1) , appunto. Non avrei mai pensato che poco meno di un anno dopo quella fugace esperienza, a partire dal marzo 1998, mi sarei ritrovato a dover trascorrere dieci mesi della mia vita proprio in quel giardino e in quegli edifici, a stretto contatto con coloro che genericamente, con leggerezza e superficialmente vengono definiti tout court “matti” dalla quasi totalità della popolazione.
Il matto, la “matta”, il “Jolly”, il “Joker”: colui che sconvolge e non rispetta le regole a cui invece soggiace tutto il resto del mazzo; eppure nel mazzo ha una sua funzione anche quella carta, anzi, molteplici funzioni: allargare gli schemi, spezzare i confini, rendere più imprevedibile il gioco. Pensate voi alla funzione che gli può essere più consona, a quella che preferite attribuirgli. Il “Jolly” è lì, a disposizione. Eppure questa “alchimia”, questa “magia” dal nostro “Jolly” viene pagata; lui stesso ne sconta il caro prezzo: lui non ha un seme preciso di cui far parte, non ha una numerazione a cui soggiacere, è ai margini delle strutture e delle funzioni, per dirla alla Parsons, ed è essenzialmente solo, solo.
E se qualcuno –come facevano molti dei passati rappresentanti della psichiatria- gli creasse un luogo, un locus nel senso di una precisa collocazione socio-esistenziale, tarata ad hoc per il suo essere “matto”, questo qualcuno non realizzerebbe altro che l'istituzione dell'alterità. Creare l'istituzione dell' alterità significa collocare il “Jolly” da solo in mezzo ad altre solitudini. Quindi significa dare un seme e un ordinamento ad una categoria dell' essere e non al singolo essere dato; singolo essere dato, cioè un corpo e una anima umani storico-biologici. Il “Joker” è una carta in un mazzo, il “matto” una persona in una società. Il “Jolly” è una carta che si getta facilmente, il gioco diventa meno brioso, più di routine, ma il gioco continua; è stato dimostrato che egualmente si può gettare con facilità una persona.
Dopo un paio di mesi di attività varie al D.S.M., posto di fronte alla possibilità/necessità di operare in modo più progettuale rispetto alle motivazioni che mi avevano spinto a scegliere l' obiezione di coscienza al posto del servizio militare, proposi a chi di dovere di essere affiancato ad Antonio. Antonio divenne così il mio “Jolly” personale, dal suo punto di vista forse io divenni il suo. Antonio Amen (2) ha 40 anni. E' alto un metro e 90 e pesa 80 chili. 40, 90, 80.
Non so da quanti anni Antonio è al D.S.M., al n°330 di una lunga via. Ha 3 mezzi di trasporto: una bici, un motorino e un carretto triciclo. Non vive in un reparto o in un gruppo appartamento, vive da solo in quello che da tutti viene chiamato “Reparto ‘Toni”,
il suo reparto non ha neanche un numero dentro l' ex-manicomio (forse è un bene). 330, 3, ....
Antonio in questo periodo ha una barbetta alla Fidel Castro da giovane; ha anche un cappellino di tessuto mimetico. Dice di essere un “grande leader politico”, lui scrive “lider”. Antonio è forte. Però Antonio beve troppa birra, fuma troppe sigarette e beve troppo caffè. Alza 55 chili come niente, eppure a vederlo non gli si darebbe neanche un punto. Una volta mi ha alzato di peso per 4 volte –90 e passa chili- perché non volevo che bevesse l'ennesima birra, la “birretta”. 55, 4, 90.
La birra: se l'è bevuta. Posso confermare che ho dato la mia disponibilità a seguire specificamente Antonio essenzialmente per una sola e precisa motivazione: immedesimazione. Fin dal primo giorno in cui lo vidi, Antonio generò in me questo meccanismo psicologico, questa emozione. Immedesimarsi significa divenire, o immaginare di divenire, l' altro.
Dato che ciò è impossibile dal punto di vista fisico e reale –oltre che per certi aspetti, se fosse invece fattibile, sconsigliabile- dalla immedesimazione inattiva sono passato alla pietà. Una pietà nel senso buono del termine, sicuramente più classico-cristiana che medieval-cattolica; del resto non nascondo d'essere attento lettore, ondeggiante fra agnosticismo (quando sono più razionale e critico) e ateismo(quando sono un po' incazzato con certe persone e certe istituzioni), del testo biblico. Pietà, compassione, simpatia: alla radice bisogna andare. Con-patire, alias sun-patire, compassione e simpatia in realtà solo in superficie sono concetti/emozioni diversi.
Antonio è “altro” fra gli “altri”. Da quello che ho potuto capire con medici e con assistenti sociali è spesso l'incomunicabilità; quando c'è un rapporto la comunicazione risulta nel 90 per cento dei casi conflittuale. Quando Antonio s'incazza volano parole irripetibili, qualche volta volano oggetti. Antonio è solo tra i soli; viene evitato dagli altri pazienti, anche da gran parte degli operatori. Lui rifiuta i più ed è rifiutato da molti, e lui lo sente, lo capisce e si chiude sempre più nella sua solitudine. L' origine di questa dinamica mi è sconosciuta. Io, da bambino, ero un solitario. A volte mi piaceva questa condizione, a volte ne soffrivo. Stare soli è spesso un modo per attirare l'attenzione; ma se non c'è nessuna attenzione da attirare cosa accade? Antonio è egocentrico, istrionico, un po' bullo, gli piace produrre situazioni d'effetto, gli piace trovarsi al centro dell' attenzione. Io molto spesso mi ritrovo a dover frenare in me queste tendenze. Antonio dipinge; io dipingo. Antonio fa pesistica; anch' io l'ho fatta per un po' di tempo. Antonio parla spesso di politica; io, anche se troppo idealista, sono alla fine un politico. Antonio è appassionato di matematica e fisica, a lui piacciono i quaternioni; io bazzico abbastanza queste branche del sapere, mi piace molto la geometria analitica. Sotto sotto siamo entrambi pivelli in queste materie, però fa molto colpo sulla gente sparare certi paroloni. In effetti l'immedesimazione di cui ho già parlato era inevitabile, stava in agguato dietro il primo angolo.
Antonio però è al Dipartimento di Salute Mentale. Ha dei gravi problemi. E' schizofrenico, in una situazione border line . Qualcosa non funziona nel suo cervello, o forse nel suo essere al mondo.Sta male, non riesce mai a rilassarsi, sente delle “onde”, delle “interferenze”. Antonio dice di essere un “alchimista”, di entrare in contatto con persone morte o distanti, Maxwell e “Albertino” Einstein in genere. E' un bravo pittore, un “grande”; dice di essere un “leader politico” e un “grande fisico teorico”. Per quel che riguarda la pittura, sinteticamente possiamo dire che il 99% dei quadri che Antonio realizza sono frutto di un obiettivo ben preciso: guadagnare qualche Lira. Produce copie più o meno fedeli di quadri raffigurati su riviste d' arte, stile e soggetti sono tradizionali per poter soddisfare il gusto di un bacino abbastanza folto di possibili acquirenti; i suoi quadri “veri” sono pezzi rari, forse 5 o 6 all' anno. Antonio è anche un bambino. Certe battute basate su analogie, concetti paradossali o logiche bizzarre non lo fanno ridere; non le comprende? Oppure per lui quei concetti non sono paradossali e le logiche non sono bizzarre?
Vuole fare il furbo, è un gran ruffiano, cambia bandiera a seconda del suo interlocutore; se vuole stuzzicare o provocare dice una cosa, se vuole accattivarsi la persona che ha davanti dice l'esatto contrario. E' un camaleonte, un trasformista. Ovviamente stuzzica quando non ha nulla da perdere o quando ha già tentato altre vie per ottenere da qualcuno ciò che vuole. Grande attore quando non delira, diviene schiavo delle sue stesse parole quando delira: non si riesce mai a capire il confine preciso tra aspetti caratteriali e aspetti patologici. Antonio al D.S.M. è spavaldo, fa il bullo; ma quando siamo andati in centro città a comprare i colori ad olio per dipingere mi ha tenuto sempre a braccetto, impaurito. Antonio mi distrugge psicologicamente con i suoi deliri magico-matematici e fisicamente con la sua iperattività e i suoi pesi.
Però, anche se qualche volta non si ricorda come mi chiamo -Stefano o Aldo o Obiettore?- anche se qualche volta è difficile stare con lui, riesce a ricaricarmi umanamente.Un giorno mi ha detto: ”Grazie, mi hai ridato la vita”. Un giorno mi ha detto: “Non ho mai avuto un vero amico come te”. Un giorno mi ha detto: “Con te mi diverto”. Non posso spiegare l'effetto che hanno queste frasi, quando senti che ti vengono dette con sincerità, quando senti che le parole nella loro semplicità hanno lo spessore che ad esse compete. FLUSSO DI ENERGIA – SCARICA EMOZIONALE.
Esiste però un problema: dopo anche solo cinque minuti da queste frasi scatta la malattia; e nel delirio di Antonio le persone che gli stanno vicine divengono per lui concausa, se non causa prima del suo star male. In quei momenti ci si deve corazzare interiormente, non è sempre facile. Antonio sa far soffrire perché, al di là della sua malattia, capisce in pochi giorni quali sono i punti deboli delle persone. E quando sta male colpisce come una belva ferita. Ognuno di noi ha qualche mania, qualche complesso, qualche problema, qualche debolezza. Antonio sa mettere il suo coltello in questi punti critici: dire se lo fa involontariamente, se lo fa per cattiveria, se lo fa per ripicca, se lo fa per tornaconto è cosa difficile se non impossibile.E' un fatto che tra Antonio e me si è creato comunque un rapporto. E anche se con difficoltà, con cedimenti, con arrabbiature, con sfinimenti, il lato “forte” sono io. Perché è inutile giocare -come fanno certi filosofi, certi artisti e certi opinion makers , che a volte risultano squallidi- sulla relatività della normalità, sulla labilità dei confini e delle definizioni; il dato certo è che –socialmente, convenzionalmente, clinicamente e quindi realmente- Antonio è “dentro” la malattia mentale e io ne sono “fuori”.
Antonio è spesso economicamente una sanguisuga, un vampiro, per tutte le persone che frequentano il DSM; il rovescio della medaglia è che alcuni personaggi però approfittano di lui. Con lui ho messo subito dei paletti in tal senso: gli avrei offerto una sola e singola consumazione al bar il venerdì a fine settimana. Ma Antonio sa anche essere generoso. Un giorno per non dargli dei soldi extra-patto e per non stare i soliti dieci minuti a dirgli di no finché non si fosse stufato di chiederli, mi sono difeso con una scuso banale. “Le 5.000 Lire che ho nel taccuino mi servono per la cena di stasera.”. Risposta di Antonio:“Va bene.”. La mattinata dopo, incontrando Antonio come ogni giorno all' ingresso della Direzione, mi trovo ad affrontare una accoglienza anomala; non mi accoglie né con un “carissimo” né con un “vaffanculo”.
Mi prende a braccetto e mi dice sottovoce con fare circospetto di andare con lui a casa sua che ha della roba per me. Meravigliato e incuriosito ci vado con lui che continua a tenermi a braccetto. Entriamo nella cucina e lì Antonio mi mette davanti due borse di generi alimentari che ha ottenuto dal magazzino del D.S.M.. Dice:”Cosa vuoi riuscire a cenare con 5.000 Lire, devi mangiare per continuare a fare ginnastica, questa roba è tutta per te.”. Lo ringrazio, declino ovviamente l' offerta –la forma di latteria mi fa venire un po' da ridere perché ha schiacciato tutta la frutta e la verdura sottostanti- e gli dico che tenga lui tutta la roba, che non ne ho bisogno.
Antonio sa anche essere generoso. Questo Autunno è entrato in guerra con me, ogni volta che mi vedeva mi minacciava di morte e distruzione; per una settimana ho dovuto evitarlo e se per caso mi incontrava, mi preannunciava con tono da profeta biblico tutte le possibili e immaginabili piaghe d'Egitto adattate ad hoc per me. Dopo dieci giorni, una tiepida mattina d' ottobre, appena arrivato al Dipartimento lo incrocio e senza guardarmi in faccia mi dice: ”Da ieri sera non sono più in guerra con te”. Penso tra me e me :”Grazie!”.
Antonio ha il potere di spargere il terrore al D.S.M., basta che indossi i suoi occhiali da saldatore. Gli occhiali da saldatore e un grosso orologio a muro sono gli strumenti essenziali per la sua fase “magico-matematica” -il suo delirio- più complessa e più strutturata. Con gli occhiali da saldatore dice di poter vedere “oltre”, oltre la quarta dimensione e oltre le maschere che ognuno di noi si costruisce per vivere in società. Lui dice di poter vedere con gli occhiali da saldatore ciò che ognuno è realmente, ciò che ognuno è dentro.
Un giorno arriva così in direzione, si affaccia alla porta e dice lapidario ai tre presenti:” Tu sei una puttana, tu sei morto e quest' altro e falso”. Per chi ha già qualche problema di insicurezza personale o sta comunque vivendo periodi di crisi incontri del genere sono sicuramente difficoltosi; per questo Antonio con gli occhiali da saldatore semina il terrore. Finché si limita ad epiteti o a parolacce non c'è alcun problema, è quando articola maggiormente le sue analisi e azzecca i punti deboli degli interlocutori che son dolori. Ho provato a indossare quegli occhiali, sono normalissimi occhiali da saldatore, non preoccupatevi; certo, rimane sempre il dubbio che funzionino come è stato descritto solo quando li usa lui. Ogni tanto Antonio parla da solo, impreca contro le voci; a volte cammina spedito fissando il terreno a circa 3-4 metri davanti al suo passo e sorride da solo per chissà quale arcano motivo. E' proprio quando sorride così che il viso duro da profeta, il viso severo da “maestro”, il viso sornione da ruffiano, lasciano il posto al viso da bambino. Spiccano sul viso magro gli zigomi appuntiti e segnati dalle rughe d'espressione per il sorriso, un sorriso sereno e contento che non gli ho mai visto fare a testa alta o in presenza di altre persone. Quando è con qualcuno a volte sorride, ma è un sorriso diverso, meno tranquillo, meno spontaneo.
Io dovrò prima o poi andare via dal D.S.M., cosa succederà con Antonio e per Antonio? Probabilmente nulla di essenziale, lui ha vissuto prima senza conoscermi ed io altrettanto. Sono laureato in storia contemporanea, e non certo in storia della psichiatria o della psicologia, cosa che un pochino mi avrebbe anche potuto aiutare in questo frangente. Sto facendo del bene o del male ad Antonio? Oggettivamente del bene: da quando frequento il “Reparto ‘Toni” lui ha ricominciato a curare la sua persona, a pulire gli ambienti in cui vive, a parlare con altri obiettori e pazienti. Ma sono comportamenti generati dalla mia presenza o lo avrebbe comunque fatto in quel momento, a prescindere? E psicologicamente? E a livello di malattia mentale? E quale durata avranno?
Ah sì, Antonio sa anche suonare un po' la chitarra e conosce i testi di alcune canzoni. Antonio ha un gattino di poche settimane che ha chiamato “Picci Picci”, però lui non vuole bene agli animali. Ma lo posso dire? Forse no, non è concepibile e corretto fare questa affermazione su Antonio; cosa sono per lui “bene” e “male”? Forse per lui gli animali sono solo dei robot? Degli oggetti animati? Girano molte storie su Antonio. Trovi chi ti dice che è sieropositivo; chi ti dice che ha continue storie con donne –cambia sempre la partner ipotizzata-; chi ti dice che una volta ha sgozzato due cani; chi ti dice che spacciava; chi ti dice...
A mio parere -come accade spesso quando c'è di mezzo una persona “anomala”, diversa- si sbizzarriscono le malelingue; in realtà anche attorno ad Antonio è sorta una ben precisa mitologia. Il mito si alimenta di fatti reali che vengono ingranditi, deformati, alterati ogni volta che passano di bocca in bocca; alla fine in una comunità si genera un processo tale che per un mito con basi “reali” circolano cinque miti puramente “inventati”. La vita è destino o possibilità? E' predestinazione o casualità? Antonio Amen, Antonio “Così Sia”. Destino e predestinazione. E' così e non si può fare diversamente: il suo cognome porta con sé la rassegnazione.
L' inalterabilità della sua condizione di “Jolly”, di “matto” fra “matti”, di “altro” fra “altri”.
Ma ho deciso di non leggere in questo caso in chiave cristiana, o meglio secondo la tradizione ebraico-cristiana, questo suo cognome: Amen. Per me Amen va letto diviso in due parti, va letto A-Men, va letto secondo lingua inglese; corrisponde per pronuncia a “a man”, “un uomo”. Antonio è un uomo, Antonio è un “altro” come me.
(1) Locuzione in friulano, “guarda che ti portano a Sant' Osvaldo”, alias “guarda che ti rinchiudono in manicomio”.
(2) il nome è di fantasia, per privacy.
Stefano Wulf
in L'IPPOGRIFO. La Terra vista dalla Luna
Italia, Pordenone estate1999.